Al di là della musica: il teatro, la voce, il suono
In un precedente post abbiamo parlato dell’esperienza di Sanguineti-Berio per un rinnovamento del teatro musicale. Ma il rapporto tra musica e teatro è da sempre oggetto di discussione, come d’altra parte lo sfondo su cui questo incontro/scontro avviene, ovvero la natura del linguaggio. Non sorprende, quindi, che nel corso del Novecento le esperienze teatrali legati alle sperimentazioni sonore non hanno fatto altro che aumentare, con esiti alterni, fino a raggiungere la soglia in cui ci troviamo oggi: quale confine stabilire, ormai, tra la scena musicale e quella teatrale? Esiste ancora un confine preciso e a che cosa serve?
Di questi interrogativi si può fare tesoro anche leggendo un numero della rivista annuale Culture Teatrali, a cura del Dams di Bologna, dedicato ai “teatri di voce”. Un volume denso di informazioni e di riflessioni approfondite come soltanto una rivista universitaria, forse, può offrire. Nel caso della voce teatrale e delle sue fluttuazioni sonore e/o musicali- e qui l’indeterminazione regna sovrana, per fortuna- il materiale da considerare è, naturalmente, moltissimo. Ma la linea di tendenza è ormai chiara: il problema di fondo è sempre stato, a partire dalle cosiddette avanguardie storiche, quello di rompere con le convenzioni del teatro di prosa, quello per intenderci in cui il protagonista indiscusso è e rimane il testo. Il testo che si “rivela” attraverso la scena, dunque nella rappresentazione resa possibile da altri linguaggi o codici applicati allo spazio, al suono, al corpo…Un mondo che non rimane certo silenzioso, ma che soltanto negli ultimi decenni si è cominciato a vedere anche come una sorta di “casa della musica”, secondo uno slittamento (sociale quanto estetico) che va dalla sala da concerto classica al palcoscenico. Culture Teatrali, in effetti, si concentra sulla storia della voce nel teatro, e somma articoli che prendono in considerazione la voce come entità fonetica, sonora e corporea, secondo linee di ricerca convergenti ma diverse: si va dall’ormai “classico” Artaud e dal suo “geroglifico di un soffio” con il corrispettivo semantico delle glossolalie, alla ricerca di un Etienne Decroux, da Eugenio Barba a Grotowski a Carmelo Bene fino al teatro totale di Meredith Monk…Ma al di là della consueta linea storica, ci sono poi le sperimentazioni vocali e musicali di Chiara Guidi e di Scott Gibbons, di Kassim Bayatly e di Imre Bucholz, di Mario Biagini, Enzo Moscato, Moni Ovadia.
Un panorama ampio quanto stratificato, al quale non sarebbe male guardare se si vuole ancora oggi superare certe ossificazioni della scena, purtroppo ancora molto diffuse, certi punti di arresto che limitano la ricerca per tanti motivi, come i compositori di scena sanno bene.
Per informazioni: Culture Teatrali, n. 20, anno 2011: Teatri di voce
Tema purtroppo, sempre attuale per il quale già grandi cantautori del panorama musicale italiano hanno speso parole e musica ognuno a suo modo.